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Le Interviste di Psycommunity

Luigi D'Elia

Internet al servizio della politica professionale


Luigi D'Elia

Luigi D'Elia, psicoterapeuta, Presidente di Altra Psicologia, Associazione di politica professionale a favore degli Psicologi, interviene sul ruolo di internet nella politica professionale.

Si ricorda che le interviste di Psycommunity non più attuali possono essere visionate nell'apposita pagina di ARCHIVIO DELLE INTERVISTE.


Internet al servizio della politica professionale

Presentazione



Luigi D’Elia, 42 anni, è laureato in Psicologia, specializzato in Gruppoanalisi, è co-fondatore della Comunità terapeutica “Passaggi” con il ruolo di Responsabile organizzativo e Scientifico e formatore dal 1998 al 2002 e, attualmente, come psicoterapeuta individuale, familiare e di gruppo.
Svolge attività privata presso lo studio associato di Psicoterapia “Nuovi Percorsi” in Via Pistoia, 7 Roma. Si occupa da 16 anni di prevenzione e cura del disagio psichico di adolescenti e adulti, è esperto in psicoterapia nelle/delle istituzioni e di clima istituzionale.
E’ Membro associato dell’ Associazione di Psicoterapia “Laboratorio di Gruppoanalisi”.
E’ Socio fondatore e Presidente di “Altra Psicologia”, Associazione di politica professionale a favore degli Psicologi.
E’ membro di Psycommunity dal 2005.

Ringraziamo il dottor D’Elia per l’attenzione che ci dedica e gli chiediamo di rispondere alle nostre domande, sugli argomenti cari a Psycommunity, relativamente a tre aree di discussione: Internet come mezzo, Internet come luogo e Potenzialità terapeutiche dell’uso della Rete.

L’INTERVISTA

Internet come mezzo:

Quanta importanza ha rivestito Internet e la comunicazione a distanza tra colleghi (soci fondatori e collaboratori) nella fase costitutiva di Altra Psicologia (link)? E quale peso ha avuto, nello sviluppo dell’Associazione, la diffusione di informazioni riguardanti la categoria utilizzando mezzi virtuali come il sito web, le email, le mailing list, i forum?

Come molti colleghi già sanno, AP si propone come movimento innovatore nel panorama politico-professionale della Psicologia italiana anche per quanto riguarda l’uso di nuove tecnologie, ed utilizza dunque molto lo strumento internet per una serie di ragioni pratiche: a) i suoi fondatori (Nicola Piccinini in primis, esperto di web-community) già usano da tempo internet per motivi lavorativi; b) Internet è rapido ed efficace; c) Internet è quasi a costo zero; d) tutti i soci fondatori sono frequentatori di mailing list professionali.
Naturalmente l’altra faccia della medaglia di questa duttilità, il principale limite di internet, è che raggiunge una popolazione ancora molto parziale ed anche generazionalmente selezionata, nonché in una forma, almeno inizialmente, impersonale.
Questo però ha a che vedere anche con l’iniziale e forte approccio “generazionale” di AP. Internet, in quanto strumento prediletto dagli under 45, in questo caso viene in soccorso riguardo il bisogno delle nuove generazioni della nostra comunità professionali, quelle per intenderci più “diseredate” e rese più marginali e passive dalle politiche prevalenti della professione, nella direzione opposta dell’aggregazione e dell’autorappresentanza.
AP quindi nasce dopo un confronto/incontro, per certi versi anche casuale, tra colleghi frequentatori di mailing list professionali, attraverso il quale si era già in qualche modo testata, attraverso gli accesi dibattiti ivi presenti, una medesima convergenza nonché una profonda insoddisfazione riguardo gli andazzi della nostra professione, sia su un piano strategico-operativo, che su un piano politico-culturale, o se vogliamo, identitario.
Dopo questa fase, naturalmente, le frequentazioni tra soci sono state non solo virtuali, ma anche reali e costanti: non è pensabile infatti un movimento unicamente fondato sulla comunicazione internet. Internet è solo un volàno, che però, se usato con costanza e professionalità, diventa anche uno strumento di continuità relazionale se alternato con altre modalità relazionali (de visu, telefono).
Voglio ricordare che tutti coloro che svolgono parti attive e fattive in AP (ancora troppo pochi) lo fanno unicamente per una passione politica e per puro amore della professione (lo dico a costo di sembrare retorico, ma è proprio così) e a titolo volontaristico e gratuito, strappando letteralmente il proprio tempo ad altre attività personali.

Puoi illustrarci brevemente il gradimento da parte degli utenti del sito di AP, dal punto di vista della frequenza delle visite, dei riscontri tramite e-mail, adesione alle iniziative, ecc.?

Non sono tra quelli che credono molto nel valore assoluto dell’”auditel”, anche per quanto riguarda internet.
Nel nostro caso però il riscontro numerico in concomitanza di certe nostre prime iniziative (Petizione contro il regolamento elettorale truffaldino e soprattutto la sottoscrizione per la prima Manifestazione di Piazza degli Psicologi del 10/12/05 per lo scippo della Psicologi Clinica) fu davvero notevole e nell’ordine delle migliaia.
Allo stesso modo il nostro notiziario controinformativo, attraverso le newsletter, riceve sempre un certo successo. Il nostro obiettivo naturalmente è quello di raggiungere il più alto numero possibile di colleghi con la nostra Newsletter.
Oggi è in cantiere un progetto di una rivista gratuita – AP Magazine - che qualora non riuscirà ad essere cartacea (gli psicologi non sembrano molto interessare agli sponsor) utilizzerà ancora una volta internet e sarà online.

Quali vantaggi o svantaggi avete eventualmente ravvisato rispetto alla comunicazione tradizionale?

Questa domanda è davvero complessa e richiederebbe un'ampissima trattazione. Qui fatalmente sarò sintetico.

Innanzitutto una breve presentazione della rete AP. Il network nazionale di AP utilizza una serie di strumenti internet “a matrioska” che vanno dalla mailing list generalista e aperta e accessibile dal sito (affiancata da un analogo forum), a quella di staff allargato (una quindicina in tutta Italia con i rappresentanti regionali e gli attivisti), a quella di staff direttivo ristretto (Lazio e Lombardia). Inoltre sono partite altre iniziative con relative mailing list (redazione magazine, gruppi di lavoro, etc.).
In questi spazi, come del resto in ogni spazio di discussione internet, s’incontrano numerosi vantaggi, ma altrettanti svantaggi.
I vantaggi sono abbastanza intuibili: raccordo immediato, informazioni in tempo reale e passaggio di documenti, confronti ed elaborazioni gruppali, etc.
Gli svantaggi sono in fondo gli stessi di tutte le gruppalità virtuali, legati a tutti i fenomeni proiettivi, alla mancanza della comunicazione paraverbale, alla presenza di dinamiche per certi versi narcisistico-primitive di tipo “evacuativo”, ma probabilmente con alcune componenti aggiuntive connesse alla struttura istituzionale, alla sua mission, alla numerosità (è una web-community ristretta), ma anche alla fitta rete di legami personali che si vengono a creare e che complessificano il quadro. In questo senso internet appare come un potente acceleratore relazionale, ma anche un potente amplificatore dinamico che va quindi usato con grande cautela e saggezza, non sempre, purtroppo, presente tra colleghi (me per primo!).

Il punto che vorrei sottolineare è che la comunicazione internet ha, al contempo e contestualmente, il tipico duplice effetto del distanziamento e dell’avvicinamento. L’opera di distanziamento di internet è coerente con la liquidità postmodernista, caratterizzante la nostra contemporaneità, che vede nella rapidità, reversibilità, impersonalità della forma comunicazione/relazionalità gli elementi strutturali-tecnologici per la promozione delle passività e dell’a-socialità; l’opera di avvicinamento, come detto, contemporanea e contestuale alla prima, ha esattamente gli effetti opposti e contrari, quindi un ampliamento della socialità reale, a patto che questo mezzo si affianchi costantemente ad altri più tradizionali. L’asse di questo duplice ed opposto fenomeno si sposta con grande facilità ed è funzione del desiderio e della preparazione di chi lo usa.

Da questo punto di vista AP rappresenta essa stessa un interessantissimo e riuscito “esperimento” che apre spiragli per il futuro della professione nella gestione di web-community riformatrici ed innovatrici, un’esperienza pilota dagli esiti davvero promettenti.

Ovviamente, il ruolo della conduzione-assistenza di questo genere di comunità è centrale e richiede un’alta professionalità di tutti i componenti ed un approccio alla ricerca-azione ed una sua cultura dell’indagine sempre presente: mi riferisco alla capacità di metacognizione sui contesti nei quali ci si muove (capacità che si da come acquisita tra colleghi, ma che invece appare ancora piuttosto latitante).

Visitando il sito di AP ho osservato che parte delle attività vengono svolte on line, ma non tutte. Vengono proposti scambi cartacei e informazione tramite sms. Con quali criteri, in generale, viene scelto un mezzo di comunicazione piuttosto che un altro?

Direi, in estrema sintesi, che il criterio prevalente è quello dei costi-benefici.

Internet come luogo:

Vorremmo conoscere la tua opinione riguardo lo stato dell’arte relativamente ad iniziative concrete per favorire appieno - da parte degli psicologi - delle potenzialità offerte del computer e dalla rete. In particolare, quali sono le tue opinioni rispetto:

- all’apprendimento a distanza,
- ai corsi di formazione gratuiti offerti dagli Ordini,
- agli strumenti tecnologici
- ad altre eventuali iniziative di cui hai conoscenza o esperienza.


Internet è indubbiamente un incredibile e potenziale diffusore di conoscenza.
Il punto critico riguarda la modalità in cui la conoscenza si diffonde. In questo senso medium e contenuto si sovrappongono fino a confondersi, in un intreccio di regole non scritte che impediscono di fatto alla conoscenza di accrescersi veramente. Come dice lo studioso Perniola, comunicazione (mediatica) e conoscenza hanno preso da tempo strade piuttosto divergenti e questo sembra un fenomeno irreversibile della nostra contemporaneità. Siamo lontani dall’ottimismo di fine millennio del General Intellect che avrebbe cambiato (in meglio) la faccia della terra. Oggi piuttosto ci troviamo in un’epoca in cui occorre, per così dire, scremare e scremare, distinguere, contestualizzare, modulare e regolare il potenziometro della comunicazione mediatica padroneggiando nella maniera più lungimirante (e meno trionfalistica) possibile le regole di contesto sempre cangianti ed irte di inghippi e pericoli intrinseci e metacontestuali.
Come accade nella comunicazione televisiva, ormai del tutto indecifrabile (eppure la TV di qualità esiste ancora in forma residuale!), anche la comunicazione internet possiede proprie regole, legate ai diversissimi contesti esistenti nella rete (chat, forum, mailing list, navigazione, ricerca, formazione, etc,) ed il rischio di utilizzare il PC come un elettrodomestico passivizzante e, come detto, distanziante/estraniante (anche rispetto alla conoscenza) rimane a mio parere altissimo.

Gli Psicologi si possono proporre non solo come pensatori specializzati su questo genere di questioni, ma anche come progettisti qualificati di spazi di conoscenza, incontro, confronto, socialità, benessere, sempre più raffinati ed innovativi.
Le frontiere sulle quali intervenire sono davvero innumerevoli: e-learning, ergonomia e web-usability, web-community, consulenze online, servizi vari, etc…

Mancano però gli investimenti per la ricerca in questo settore (fondamentale volàno) e la valorizzazione delle esperienze-pilota innovative (non certo quelle fatte in catena di montaggio), manca in una parola la visione politica e culturale di questo come settore di sviluppo possibile per la nostra professione.
Questo purtroppo (e qui prende il sopravvento il “politico”) dipende a mio parere dal drammatico gap generazionale interno alla nostra comunità professionale che incide nelle scelte e frena lo sviluppo: sembra prevalere una sfiducia di fondo nell’uso di questo mezzo legato essenzialmente alla scarsa confidenza che le generazione over 50 hanno riguardo ad esso (ovviamente con le dovute eccezioni). Una forma di diffidenza simile a quella che aveva mio nonno il quale, di fronte alle immagini televisive dell’allunaggio, nel 1969, affermava di trattarsi di un inganno.
Ma questo settore è solo uno tra i tanti trascurati…
Tra 10 anni (e col solito clamoroso italico ritardo) tutti questi timori sembreranno retaggi pregiudiziali per tutti e l’attività dello Psicologo sulla rete sarà assolutamente normale.

Leggo sul sito della Comunità terapeutica “Passaggi” (link), di cui sei co-fondatore:

La formazione: una volta fatta una scelta, l'ospite può iniziare, col sostegno degli operatori, il suo percorso formativo che può essere il recupero o il proseguimento scolastico, la partecipazione a corsi di formazione professionale, un periodo di apprendistato presso artigiani o imprese;

In questa fase sono state condotte esperienze di formazione attraverso l’uso del computer e di Internet?


Nella Comunità Terapeutica Passaggi, alla quale mi onoro di collaborare, esiste da tempo uno spazio di alfabetizzazione informatica per gli ospiti. Dallo stesso sito si può però accedere al nostro giornalino “Il confine sensibile” che è sia online che cartaceo, ed è realizzato con la collaborazione di tutti gli ospiti e che richiede l’uso del PC (scrittura, impaginazione, grafica). Oltre a ciò, e per gli ospiti che ne facciano richiesta, esiste la possibilità di approfondimento all’interno del progetto riabilitativo personalizzato previsto per ciascun ospite (ma questo eventualmente all’esterno della comunità).

Potenzialità terapeutiche dell’uso della Rete:

Riguardo le potenzialità terapeutiche di Internet, la disparità di opinioni è grande e il livello di polemica elevato nella nostra Comunità professionale.
Ricorderai l’e-book redatto dall’Ordine del Lazio a proposito della psicoterapia e della consulenza on line e le prese di posizione che ha suscitato da parte dei colleghi. (link)
Anche AP è intervenuta nel dibattito, penso ad esempio all’intervista del 2005 a Simonetta Putti da parte di Paola Biondi, dal titolo: Counseling on line? Yes problem! (link). In quella occasione la posizione dell’intervistatrice era aperta allo studio di tali potenzialità.
Anche a seguito di questo dibattito, Psycommunity ha avviato un progetto di ricerca sul counseling on line (link). Come avrai letto nel portale, l’intenzione è mettere a punto una ricerca di elevato livello scientifico, con l’apporto di tutti i colleghi che vogliono e possono collaborarvi.

Qual è la tua posizione all’interno della problematica? E come valuti l’opportunità di fare ricerca di qualità in Italia su questo argomento?


Le posizioni all’interno di AP su internet come strumento terapeutico sono uno spaccato del dibattito che avviene all’interno dell’intera comunità professionale, dunque sono differenziate su questo specifico tema.
A livello personale penso che non si possa pensare ad una giustapposizione tra ogni attività dello psicologo off-line e on-line: questa traslazione (in senso figurato) mi appare superficiale e potenzialmente dannosa. Personalmente non ho mai svolto consulenze o psicoterapie online, e vedo con un certo scetticismo questa possibilità nei termini, come detto, di traduzione immediata di questo tipo d’intervento nel linguaggio della rete, ma nonostante ciò intravedo, attraverso un uso sapiente del mezzo internet, la possibilità che esso possa essere di grande aiuto sia all’attività consulenziale che psicoterapeutica in una grande varietà di situazioni, sia in termini di orientamento (incontro tra domanda e offerta di servizi), sia in numerose situazioni particolari per le quali internet può diventare prezioso veicolo. Penso non solo a molte situazioni di difficile approccio, dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta (abuso e violenza, fobie sociali, rischi suicidari, etc.), che attraverso l’uso di internet possono trovare momenti di svolta e una modalità di avvicinamento tempestivo, ma anche a molte richieste più comuni che grazie ad internet trovano un canale comunicativo immediato fornendo una possibilità in più all’utenza di accostarsi a questa possibilità e alla conoscenza dei servizi offerti. Anche se mi risulta difficile immaginare un percorso consulenziale/psicoterapeutico in assenza di incontri reali, considero internet un approccio iniziale possibile ed efficace.
Non solo, di fronte alle nuove tecnologie e a nuove regole comunicative e mentali, mi appare comunque doveroso che si attivi un approccio esplorativo e di sperimentazione delle infinite possibilità e degli imprevedibili sviluppi.
Se estendiamo questo discorso dall’area clinica (la più resistente) a tutte le altre, le possibilità sembrano ancor più moltiplicarsi.
Ben vengano dunque le iniziative di ricerca di Psycommunity in questo senso.

Come attuale presidente di AP non posso altresì non constatare la confusione esistente a livello normativo e le incomprensibili differenziazioni tra Ordini Nazionale e Regionali (in questo caso Lazio) che pongono seri dubbi sull’utilità dell’esistenza del Ordine Nazionale, del tutto ininfluente nelle scelte politiche e pratiche dei singoli Ordini Regionali.
Le linee-guida sulla psicologia in internet del Nazionale ad esempio oltre a proibire le attività di psicodiagnosi e psicoterapia, non entrano nel merito di alcun altra attività psicologica e si limitano a dire nel comma 1 dell’art.4 che
In considerazione del rapido sviluppo dei sistemi di comunicazione e delle ricadute di questi sulla pratica professionale a distanza, gli psicologi devono utilizzare con cautela soprattutto quelli ancora mancanti di una base di ricerca consolidata.
Come a dire: non ci capiamo un tubo, fate voi. Altro che linee-guida, mi sembra il festival dell’indefinitezza. Di conseguenza, ogni Ordine Regionale lascia la materia allo stesso modo aleatoria o, se interviene, lo fa solo con modalità restrittive, come il Lazio, il cui Codice di condotta Relativo all'utilizzo di tecnologie per la comunicazione a distanza nell’attività Professionale degli Psicologi mi appare aprioristicamente conservatore e pregiudiziale rispetto all’uso professionale e attento delle nuove tecnologie, trascurando tutta una serie di ricerche in tutto il mondo. Normare non significa solo proibire, ma regolare nuove complessità, compito che i nostri Ordini si guardano bene dallo svolgere.
Ma a parte queste solite amenità, la sensazione che se ne ricava è quella del ritardo dei nostri organi istituzionali che dovrebbero essere competenti su materie così importanti e che si limitano a proibire laddove non riescono a comprendere la complessità di fenomeni nuovi: i processi socio-culturali li sopravanzano, e di molto.
Dentro queste pieghe, prodotte dall’ignavia generale, s’insinuano tutte le pseudo-professioni civetta che, in assenza di regolamenti, proibizioni ed illuminanti linee-guida, sguazzano a loro piacimento con esiti incerti e preoccupanti, cosicché invece di essere leader e professione-guida rispetto ad altre, finiamo come al solito ad inseguire altri. L’approccio esplorativo lascia quindi il posto a favore di un atteggiamento repressivo, e tutto questo a danno della comunità.

Intervista a cura di Patrizia Belleri

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