Psycommunity e il MIP: il ruolo dell’Ufficio Stampa.

Stefania Tucci

Psycommunity e il MIP: il ruolo dell’Ufficio Stampa

 

Presentazione

Stefania Tucci è psicologa, psicoterapeuta. Svolge la sua attività a Roma e a Fonte Nuova (RM).
Già assistente per la cattedra di Teorie della personalità, esperta di disturbi alimentari e psicotraumatologia, conduce attualmente ricerche sui traumi da incidente.
Membro di Psycommunity, partecipa al Progetto di Ricerca sul Counseling on line.
E’ Capo Ufficio Stampa per il MIP, Maggio di Informazione Psicologica (www.psicologimip.it). Con tale carica ha curato l’edizione del MIP 2008 e sta lavorando attualmente al MIP II.

Lo scorso anno hai creato in tempi brevissimi l’Ufficio Stampa del MIP2008, ottenendo risultati molto soddisfacenti.
Quali motivazioni personali e professionali ti hanno spinta a farti carico della creazione dell’Ufficio Stampa del MIP 2008?

Innanzitutto, ti ringrazio per la valutazione che dai del mio lavoro. Per rispondere alla tua domanda dirò che, quando ho conosciuto lo staff organizzativo del MIP, mi è sembrato quanto mai strano che nessuno avesse pensato di impostare un lancio mediatico di un’iniziativa così lodevole. Io davo per scontato che qualcuno l’avrebbe fatto, come tutti quelli che, come me, avevano offerto la propria disponibilità a partecipare, suppongo. Perciò, quando ho capito che non era come immaginavo, ho iniziato a lanciare delle idee e, in men che non si dica, mi sono ritrovata, mio malgrado, a dovermi inventare dal nulla questo ruolo.
Due sono state le motivazioni principali che mi hanno fatto accettare la proposta di farmi carico della promozione del MIP 2008. In primo luogo la condivisione d’intenti e la fiducia reciproca che mi hanno ispirato i colleghi che ho conosciuto. L’altra riguarda la constatazione che, se usciamo dai contesti protetti nei quali di solito ci aggiriamo e incontriamo l’uomo della strada, ci accorgiamo inevitabilmente che quasi nessuno sa cos’è la psicologia, cosa fa lo psicologo e perché mai dovrebbe chiedere la nostra consulenza. Allora mi è stato chiaro che per uscire da questa empasse ognuno di noi deve rimboccarsi le maniche e provare a cambiare prospettiva, non dando niente per scontato. Se la psicologia in Italia è avvolta ancora da un così grande alone di mistero, siamo noi che ce ne occupiamo i primi responsabili.

Ci sono episodi, legati al tuo lavoro di Capo Ufficio Stampa, che ricordi con particolare piacere, e di cui vuoi riferirci?
Beh, la cosa che mi viene in mente è l’entusiasmo. Io parto sempre con grande entusiasmo, quando mi lancio in un’iniziativa, è una mia caratteristica. Ma in questo caso mi sono sentita addosso anche una grande responsabilità: dovevo occuparmi non della mia promozione professionale, ma di quella di centinaia e centinaia di colleghi che avevano riposto in me la propria fiducia. Sentivo che non dovevo tradirla. E questo è stato estenuante, insieme alla scarsità del tempo a disposizione. Ho impiegato qualche mese prima di riprendermi dallo stato di tensione accumulato. E non mi era mai capitato nulla di simile!
Ma tanta fatica è stata ripagata dalla gioia, per esempio, di trovare l’idea giusta, raggiungere l’obiettivo più importante e constatare che, come un domino, ha il potere di spalancare tante porte in successione. Devo ringraziare molti giornalisti che hanno creduto nella nostra iniziativa e l’hanno rilanciata attraverso le proprie testate. Alcuni di loro con grande sensibilità e delicatezza. Insegnandomi anche qualche trucco del mestiere.

Sei di nuovo in prima linea nell’organizzazione del MIP II. Che cosa aggiungerai, arricchita dall’esperienza dello scorso anno, a questa nuova edizione del MIP?
In primo luogo, quest’anno ho voluto una redazione diffusa su tutto il territorio. Adesso, quasi in ogni regione, c’è un gruppo di aderenti al MIP che collabora con l’Ufficio Stampa, e spero che altri si propongano. In conseguenza di quanto affermavo, ognuno di noi deve farsi carico di rilanciare e promuovere il nostro lavoro, per uscire dall’empasse nella quale ci troviamo. Imparare a comunicare e dialogare con la gente è un obiettivo che ci dovremo porre, se vogliamo crescere professionalmente.
L’anno scorso molti colleghi hanno contribuito spontaneamente alla diffusione del MIP e hanno dato vita anche ad iniziative interessanti che quest’anno mi piacerebbe riprendere e rilanciare. Quello che voglio che passi è un messaggio uniforme attraverso il quale farci conoscere e riconoscere.
Perciò, l’obiettivo che mi preme di più è quello di farmi mediatrice di un linguaggio semplice, direi quasi elementare, ma efficace, con il quale riuscire a far interessare sempre più persone al linguaggio dell’anima.

Aderendo al MIP e facendoti carico di un impegno molto oneroso, ne hai probabilmente sposato i valori e gli ideali. Vuoi spiegarci come i tuoi percorsi professionali ti portano a ritrovarti negli obiettivi del MIP?
Diciamo che, come accade in questi casi, ho iniziato ad esserne consapevole a posteriori. Ho sempre avuto una naturale vocazione per la ricerca e una curiosità irrefrenabile per la conoscenza. Sono partita da posizioni molto lontane da quelle di adesso, interessandomi di questioni metateoriche e snobbando i divulgatori. Mi sono sempre mossa nell’ambito della psicoanalisi, ma non sono mai riuscita ad aderire ad un modello teorico-clinico in forma esclusiva, anche se mi riconosco principalmente in quello junghiano, in quello archetipico e nello psicodramma. Ho sempre pensato che ogni orientamento e ogni psicologo potesse insegnarmi qualcosa, e sono sempre stata disposta ad utilizzare il linguaggio e il metodo che mi sembrava, di volta in volta, più efficace. Già nel ’93, mi pare, scrivevo un articolo sulla necessità dell’integrazione delle tecniche interpretative, nei quaderni della cattedra per la quale lavoravo.
I miei Maestri di vita mi hanno insegnato prima di tutto ad ascoltare e a confrontarmi con il pensiero dell’altro. Penso che un limite della psicologia e degli psicologi sia proprio la divisione in appartenenze e la conseguente paradossale mancanza di capacità di ascolto reciproco. Credo che in nessuna disciplina si trascuri, come si fa nella nostra, di documentarsi su cosa hanno scritto gli altri su un argomento. Ritengo che su ogni questione dovrebbero esistere bibliografie ragionate: questo agevolerebbe il nostro lavoro e migliorerebbe le nostre conoscenze su quel pozzo di San Patrizio che è la psiche umana. Le bibliografie che tu curi su Psycommunity sono un esempio encomiabile in questo senso.
Durante il mio percorso professionale, poi, ho capito, confrontando la mia esperienza con quella di molti altri colleghi, che le difficoltà che incontravo non erano solo determinate da incontri sfortunati o inettitudini personali, ma avevano anche radici storiche nel panorama culturale della nostra società. Come quando, nel nostro lavoro, prima di interpretare aspettiamo di avere chiaro nella nostra mente il processo, tenendo in considerazione tutti gli aspetti, così dobbiamo ricostruire il percorso che ci ha portato fin qui, per poter dialogare efficacemente con i nostri potenziali interlocutori.
Forse abbiamo avuto bisogno di costruirci un’identità nella differenza, adesso dobbiamo imparare a riconoscerci come categoria. Credo che, l’idea di mettere in rete una Community di psicologi che dialoga, sia stata un’idea geniale. Dal senso di appartenenza che ne sapremo trarre, troveremo quelle risorse dalle quali dipenderà anche la nostra capacità di dialogare con la gente che ci circonda e che, si spera sempre più frequentemente, sarà disposta a darci credito come interlocutori rassicuranti.

Ci sono esperienze che non intendi ripetere, o errori che cercherai di evitare?
Non saprei. Non mi pare di aver fatto esperienze particolarmente negative per la divulgazione del MIP, semmai il contrario, se si considerano gli scarsi mezzi di cui disponevamo e la mia relativa inesperienza come divulgatore. Errori, poi, chissà quanti ne ho fatti, ma non avendo avuto il tempo neanche di accorgermene, sicuramente li rifarò. L’unico errore che sono certa di non voler ripetere è quello di imbarcarmi in un’impresa così impegnativa senza l’aiuto di tutti quelli che, spero numerosi, vorranno darmelo.

Ci sono difficoltà relative alla scorsa edizione che speri di non incontrare quest’anno?
Credo che le reincontrerò quasi tutte, perché alcune cose non sono cambiate. Dobbiamo far affidamento solo sulle nostre forze e sulla nostra capacità di calarci in ruoli che competono ad altre professionalità, come il redattore o il pubblicitario. Ma ce la metteremo tutta per far sì che nei prossimi anni il MIP proceda in automatico. Spero, in ogni caso, che, grazie all’aiuto di tanti volenterosi colleghi, qualche difficoltà possa risultare meno problematica da risolvere. Dalla collaborazione di tutti i membri della redazione stanno già nascendo idee e strategie che sicuramente ci aiuteranno a migliorare l’efficacia del nostro lavoro.

Qual è il tuo augurio per il MIP II 2009 e – più in generale – per il futuro di Psycommunity?
Naturalmente che continui ad esistere e a promuovere la psicologia e gli psicologi, per il benessere dei singoli e della collettività.

Intervista a cura di Patrizia Belleri

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